Flavio Bregant: "L'Europa ha bisogno di politiche che sappiano guardare al futuro"
venerdì, 28 gennaio 2011 13:34:23 (GMT+2)
Tags: | articoli simili »Flavio Bregant è nato a Bergamo nel 1960. Terminati gli studi tecnici, si è laureato in ingegneria nucleare al Politecnico di Milano nel 1985. Dopo avere maturato esperienze professionali come tecnologo in Pirelli Cavi (1986-1988) e nel campo delle tecnologie applicate in Magneti Marelli (1989-1991), nel 1991 entra in Federacciai come esperto ambientale, ricoprendo poi la carica di Direttore Tecnico - con responsabilità sulle aree energia, ambiente, materie prime e trasporti - e, dal 2008, di Direttore Generale.
L'Ing. Bregant riveste incarichi in diversi enti e commissioni, tra cui quelle per l'Energia e l'Ambiente di Confindustria. E' membro dei comitati Energia e Ambiente di Eurofer (Associazione siderurgica europea), membro del Consiglio Direttivo di IGQ (Istituto Italiano di Garanzia della Qualità), di UNSIDER (Ente Italiano di Unificazione Siderurgica) e del consiglio di amministrazione di GAS INTENSIVE, il maggiore consorzio industriale italiano per l'acquisto di gas naturale. Flavio Bregant è inoltre membro dell'Osservatorio Siderurgico istituito presso il Ministero per lo Sviluppo Economico e del gruppo di lavoro internazionale della Commissione Europea per l'individuazione delle migliori tecniche disponibili finalizzate alla protezione dell'ambiente in ambito siderurgico.
Ing. Bregant, che effetti ha prodotto la crisi globale sulla siderurgia italiana? A che punto siamo nel processo di ripresa? Quali le prospettive per il prosieguo del 2011?
La crisi ha indubbiamente avuto conseguenze pesanti sul comparto italiano dell'acciaio. Nel 2009 l'output complessivo ha registrato un calo del 35% rispetto all'anno precedente, mentre il fatturato ha subìto una diminuzione anche maggiore a causa del crollo delle quotazioni. Nel 2010 la situazione è certamente migliorata, con un progresso del 30% annuo per quel che concerne la produzione. La ripresa c'è stata, ma a macchia di leopardo. Il segmento degli acciai piani ha mostrato incoraggianti progressi, mentre quello dei lunghi ha continuato a soffrire in parallelo con la stagnazione del settore costruzioni, dovuta all'austerity in tema di spesa pubblica e al blocco dei finanziamenti privati, dove peraltro bisogna fare i conti con lungaggini burocratiche e veti incrociati in tema di tutela ambientale. Per gli acciai strutturali le prospettive rimangono incerte anche nel 2011. Riguardo all'economia in generale, l'Italia sta crescendo a un ritmo inferiore rispetto alla media UE, il che desta non poche preoccupazioni. Fortunatamente l'Italia mantiene l'eccellenza in vari ambiti, con le esportazioni che potrebbero fare da traino all'intera economia nazionale. Da questo punto di vista, la difesa della competitività rappresenta una sfida di capitale importanza per il futuro del sistema Italia.
Cosa ne pensa dell'annoso problema dell'overcapacity?
Si tratta di un problema non solo annoso, ma ineliminabile. L'overcapacity esiste ed esisterà sempre, trattandosi di un effetto legato alla inevitabile ciclicità del mercato e dell'economia. Ciò che si può fare è cercare di favorire lo sviluppo di un mercato sano, in grado di tenere sotto controllo, per quanto possibile, il fenomeno attraverso meccanismi di autoregolazione. Affinché ciò avvenga, però, è necessario che il mercato internazionale sia scevro da imperfezioni e distorsioni - come ad esempio politiche di protezionismo e/o di concorrenza sleale - che tendono ad alterare gli equilibri. Sotto tale profilo l'Unione Europea parte svantaggiata, pagando lo scotto di politiche inadeguate a difendere la competitività delle proprie imprese e a stimolare le esportazioni. D'altra parte, nei prossimi anni potremmo assistere a un aumento dell'aggressività di quei paesi - con in testa la Cina - che, una volta saturato il mercato interno, si focalizzeranno sempre di più sulle esportazioni. Il vecchio continente dovrà quindi essere in grado di reagire e difendersi da questa "invasione" commerciale.
Negli ultimi anni si è assistito a un revival del protezionismo commerciale nel mondo. Come giudica tale fenomeno? E quali sono, o dovrebbero essere, le strategie dell'Europa in tal senso?
Si tratta senza dubbio di un fenomeno da non sottovalutare, e che porta a dare una grande importanza alle strategie di difesa dalle politiche commerciali aggressive dei paesi cosiddetti emergenti e di contrattacco sotto il profilo della promozione dell'export manifatturiero europeo. La questione è essenzialmente politica, con precise responsabilità da parte delle istituzioni locali e comunitarie. È sotto gli occhi di tutti come negli ultimi anni l'Europa abbia posto in essere un processo di deindustrializzazione, trovandosi ora nella necessità di dover importare. Si sono fatte scelte miopi, che alla lunga si stanno rivelando perdenti: servizi e tecnologie sono certamente importanti, tuttavia senza un robusto comparto manifatturiero non è possibile reggere, perché i paesi a cui ci rivolgiamo per le nostre importazioni finiscono con il far valere sempre di più le loro ragioni, amplificando la nostra vulnerabilità. C'è insomma bisogno di una politica industriale seria, pena il rimanere in balìa dei paesi extraeuropei.
Grande importanza riveste anche lo sviluppo delle energie alternative, un ambito che potrebbe produrre notevoli vantaggi per l'industria europea in termini di minore dipendenza dalle forniture extra-continentali e, dunque, di maggiore competitività. Mi preme peraltro sottolineare come anche in tale settore non si possa prescindere dall'utilizzo di acciaio, e in volumi tutt'altro che trascurabili (basti pensare ai materiali necessari per la realizzazione di impianti eolici, fotovoltaici, nucleari ecc.), perciò il ruolo della siderurgia sarà determinante anche in futuro.
Un'altra questione delicata attiene alle normative UE in tema di riduzione delle emissioni di CO2: nessuno discute sull'opportunità di tali provvedimenti, purché vi sia uniformità in tutte le regioni del globo, a cominciare dai paesi in pieno boom industriale come Cina e India. Viceversa, con le politiche unilaterali dell'Unione Europea si rischia di vanificare la tutela ambientale e, al contempo, di ingenerare una perdita di competitività delle imprese europee sul mercato internazionale.
Rimaniamo nell'ambito normativo. Quali sono i principali nodi da sciogliere in Italia per quanto riguarda il commercio siderurgico con l'estero?
Una delle maggiori criticità concerne le difficoltà di interpretazione delle norme che regolano le importazioni di rottame ferroso. In particolare, mancano regole chiare e univoche circa la distinzione tra materia prima seconda e rifiuto, anche se sembra che gli organismi europei stiano finalmente provvedendo in tal senso. Un'altro problema riguarda l'arrivo sui nostri mercati di prodotti non rispondenti agli standard qualitativi UE: i controlli alle dogane andrebbero rinforzati, e lo stesso ruolo dell'Osservatorio Siderurgico presso il Ministero per lo Sviluppo Economico dovrebbe essere rivitalizzato. La piaga delle frodi commerciali non può e non deve essere sottovalutata.
Nel complesso, il settore siderurgico italiano presenta una sorta di scollamento tra le relazioni commerciali riguardanti le materie prime (in primis rottame, ma anche carbone e minerale ferroso) e quelle relative agli acciai finiti: le prime sono perlopiù legate alle importazioni, con le acciaierie sostanzialmente alla mercé dei fornitori esteri, mentre le seconde si concentrano soprattutto sul mercato locale. Ciò produce un problematico disallineamento, con i produttori stretti nella morsa tra elevati costi di produzione da una parte e domanda finale non in grado di assorbire gli aumenti di prezzo dall'altra.
Negli ultimi tempi in Italia si sono registrate notevoli tensioni tra industria e mondo del lavoro. Nel settore siderurgico che aria si respira?
Nel nostro comparto la situazione è certamente più tranquilla. Molti dei punti inseriti nell'accordo di Mirafiori - per citare un caso salito alla ribalta nelle ultime settimane - sono presenti da tempo in siderurgia. Le difficoltà causate dalla crisi globale sono state ben gestite, visto che il tema della flessibilità operativa - elemento indispensabile per poter reagire prontamente alla dinamicità del mercato - era già stato affrontato in tempi non sospetti. Le società siderurgiche devono mantenere la capacità di tenere il passo con i rapidi cambiamenti dell'economia.
Ritiene di poter indicare una via da percorrere affinché la siderurgia locale esca definitivamente dalla fase critica e guardi con fiducia al futuro?
È necessario riprendere a ragionare in termini di sviluppo, perché l'Italia, assieme a Francia e Germania, ha le capacità per agire da locomotore dell'intero comparto siderurgico europeo. Ovviamente, non possiamo prescindere da politiche forti ed efficaci, sia a livello nazionale sia in ambito comunitario, in luogo di polemiche sterili e tormentoni mediatici di dubbia utilità. Per fare questo c'è bisogno non solo di istituzioni all'altezza, ma anche di persone capaci, lungimiranti, che sappiano pensare in grande.





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